Archivi- Movimenti, Basaglia Manifesto 2025-2015
Carte e archivi, memorie digitali e movimenti
SCAFFALE A proposito del volume di Lorenzo Pezzica e Federico Valacchi per elèuthera
Leggi anche Archivio Basaglia, le pagine viventi di un movimento
Edizione 11/12/2025
Recensione
Carte Irrequiete. La memoria dei movimenti
Federico Valacchi e Lorenzo Pezzica elèuthera
MeMa
L’era digitale trasforma l’archivio in tutta la concreta realtà che occupa e in tutto l’arco dei metodi e delle procedure di ricerca, raccolta dei dati, ordinamento e catalogazione. Ma trasforma anche l’archivistica. Intorno a questa realtà ruota l’argomento che Lorenzo Pezzica, docente di archivistica digitale all’Università di Bologna e Federico Valacchi, professore all’Università di Macerata, sviluppano in Carte Irrequiete. La memoria dei movimenti (elèuthera, pp. 184, euro 16,00).
IN DUE PARTI di ottima densità e chiarezza gli autori dispongono una storia dell’archivio e la sua critica nella documentazione dei conflitti e delle resistenze, dei desideri e delle controculture. Questa storia conferma quanto alla metà degli scorsi anni sessanta sosteneva Michel Foucault: l’archivio non è la raccolta ordinata di documenti in un contenitore che ne stratifica i piani, ma è l’insieme eterogeneo di scritti, immagini, memorie e materiali audiovisivi governati dalla dispersione.
Mentre infatti gli archivi storici istituzionali evolvono all’interno di una progressività cronologica, secondo una gerarchia documentaria delle fonti, gli archivi dei movimenti sono archivi liberati, nel senso che il loro uso è immediato e contingente, strappato alla tassonomia e aperto ad interventi plurali che moltiplicano il soggetto-autore, rendendolo anonimo.
In questa forma gli archivi sono eventi di trasformazione che destituiscono il principio d’ordine e il fine amministrativo e giudiziario in favore della condivisione diffusa.
Valacchi e Pezzica dimostrano che l’archivistica moderna evolve dagli inizi del diciottesimo secolo nelle sue funzioni d’ordine e diviene, dalla metà del diciannovesimo, disciplina canonica di raccolta di verbali di polizia, diagnosi mediche, documenti giudiziari e statistiche amministrative. In questa sequenza l’archivio è un «ricordo narrativo» con valore di ricostruzione.
Tutto cambia con l’introduzione dell’informatica e la produzione di archivi «fai da te» che revocano il rigido metodo dell’archivistica d’autore, separano memoria e catalogo e introducono uno spazio creativo potenzialmente infinito di rielaborazione anarchica dei materiali. Negli archivi dei movimenti si costituisce lo spazio critico e la presa di posizione che infrange l’illusione della memoria oggettiva utilizzata dai poteri, in favore di un gesto controegemonico da cui emerge la verità delle lotte, dei saperi e delle insorgenze.
SECONDO GLI AUTORI, l’archivistica storico-politica si distende in tre periodi. La prima stagione dei movimenti (1966-78) ha prodotto la maggiore consistenza di archivi che documentano le lotte sociali, femministe, contro la guerra e dell’antipsichiatria. Il secondo periodo copre gli anni ottanta e novanta del ‘900, quando l’archivio vive all’interno degli spazi sociali. Il terzo periodo arriva fino al primo decennio degli anni duemila con i documenti dei movimenti no-global, dell’Onda (2008), Occupy (2011) e 15M.
Di questa storia sono testimonianze importanti il famoso Archivio Primo Moroni e l’archivio del Leoncavallo, sgomberato di recente, la fondazione Francesco Lorusso-Carlo Giuliani ospitato al Vag61 a Bologna, il Centro Studi dei Movimenti di Parma e l’Archivio dei movimenti di Roma. Mentre veri e propri laboratori di recupero della memoria sono l’hub virtuale Interference Archive che raccoglie collezioni, talks, workshop delle culture squatter e postpunk, il progetto MayDay Rooms, la Rete Lilith che connette centri di documentazione femministi e la rete degli archivi Lgbtqia+.
Aggiornamenti
10/12/2025, 20:01 articolo aggiornato
=====================================Archivio Basaglia, le pagine viventi di un movimento
Roberto Ciccarelli
Incontri Domani a Venezia presentazione dell’inventario dell’archivio Franca e Franco Basaglia e il seminario "Le carte e la memoria"
Il Manifesto Edizione 30/01/2015
Foto dell'Archivio della Fondazione Franca e Franco Basaglia – Alberta Basaglia
A dieci anni dalla scomparsa di Franca Ongaro Basaglia, domani all’Isola di San Servolo a Venezia verrà presentato l’inventario dell’archivio che testimonia l’attività intellettuale che ha rinnovato profondamente la psichiatria italiana insieme al marito Franco Basaglia. Protagonista della stagione culturale e politica che ha portato alla promulgazione della legge 180 e alla chiusura dei manicomi in Italia, Franca Ongaro si impegnò nella battaglia per l’attuazione dei principi della riforma psichiatrica dopo la morte di Basaglia nel 1980.
I risultati del lavoro di archiviazione verranno esposti nel seminario «Le carte e la memoria» previsto domani nella sede della fondazione a San Servolo. Ad aprire e chiudere i lavori sarà Alberta Basaglia, vice presidente della fondazione Basaglia. Al seminario parteciperanno, tra gli altri, Maria Grazia Giannichedda, presidente della Fondazione, Franco Rotelli (presidente della Commissione sanità della regione Friuli Venezia Giulia), Peppe Dell’Acqua e Tommaso Losavio (già direttore del Santa Maria della Pietà di Roma). Il sito Lavoro Culturale, corganizzatore dell’incontro, è il media partner e farà una diretta twitter con l’hashtag #Basaglia2015.
Le carte elencate nel ponderoso inventario di 153 pagine, curato da Fiora Gaspari e Leonardo Musci e scaricabile dal sito della fondazione Franca e Franco Basaglia (fondazionebasaglia.it), contengono carteggi privati, gli scritti preparatori dei lavori editoriali curati da sola (ad esempio: Epidemiologia dell’istituzione psichiatrica. Sul pensiero di Giulio Maccacaro o Salute/malattia. Le parole della medicina) o con Basaglia (ad esempio: Morire di classe, La maggioranza deviante o Crimini di pace).
Nutrito è il fondo sull’intensa attività politica condotta da Franca Ongaro come senatrice della Sinistra Indipendente per due legislature, dal 1983 al 1992. Dall’archivio è possibile inoltre ricostruire il lavoro che la portò a scrivere il disegno di legge di attuazione della 180, il testo-base del primo «Progetto obiettivo salute mentale» del 1989, oltre ad alcune normative regionali.
Di Franco Basaglia l’archivio segue la vicenda intellettuale e politica dalle perizie psichiatriche del 1959 alle esperienze negli ospedali di Gorizia, Parma e Trieste (dal 1961 al 1974). Nel 2008 l’archivio veneziano ha integrato le carte provenienti dalla prima sede romana del Centro Franco Basaglia, consistente in 51 buste. Un lascito prodotto dal lavoro di Basaglia a Roma dove si trasferì nel novembre del 1979 per assumere l’incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio. Erano gli anni del sindaco Petroselli, quando la Capitale conosceva una delle ultime stagioni di effervescenza culturale e sperimentazione politica.
Oggi l’archivio Franca e Franco Basaglia è composto di 55 faldoni, 189 fascicoli, 125 taccuini e tre agende. Un primo censimento della documentazione è stato realizzato dalla Soprintendenza archivistica per il Veneto nel settembre 2008. Con un suo provvedimento il fondo è stato dichiarato «archivio di interesse storico». Un finanziamento della regione Veneto ha permesso il riordino che ha portato all’inventario finale. L’archivio sarà aperto al pubblico. Per consultare le carte bisognerà prendere un appuntamento scrivendo ad un indirizzo mail.
«La storia non si fa con gli aneddoti. Fare storia vuol dire lavorare sugli archivi e creare chiavi di lettura – afferma Maria Grazia Giannichedda – Noi offriamo questo archivio affinché venga fatto questo lavoro. Il tema del manicomio è cruciale per i Basaglia, ma è fondamentale per capire questioni ben più ampie: il ruolo della scienza, dei poteri e dei saperi, della trasformazione delle istituzioni». «Abbiamo una grande eredità di pensiero ma non abbiamo avuto una grossa eredità finanziaria che ci permette di mantenere tutto quello che vorremmo – aggiunge Alberta Basaglia – Siamo convinti che i fondi continueranno ad essere erogati per sviluppare il lavoro archivistico e quello di ricerca. Questo archivio è la memoria di un movimento che può essere usata nel presente».
«Sfogliando un faldone a caso ho trovato la copia di un avviso di concorso indetto dalla provincia di Trieste in cui si bandivano “5 posti di aiuto” all’ospedale psichiatrico di Trieste – racconta Silvia Jop, coordinatrice di Lavoro Culturale -. Negli anni Settanta l’istituzione non solo investiva sui ricercatori perché capiva che da lì poteva arrivare il cambiamento ma lo faceva, per di più, per smontare una parte di sé stessa. È un fatto straordinario accaduto in una stagione di grande avanzamento se messa a confronto con il nostro presente quando il lavoro intellettuale viene calpestato dalle istituzioni che si trincerano e sono povere, sempre più povere».
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